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A Michela...
post pubblicato in -- Poesie --, il 24 luglio 2010

Nel turbine dei pensieri miei vago,

non curante del brusio delle emozioni

che dal cuore altrui provenir imago.

 

Così, nella solitudine dei miei timori

mi arrendo alle solite inquietudini

che in me suscitano i lontani rumori.

 

Arido allora il cuore mio anela

alla pace silente delle morenti stagioni.

 

Ma se lo sguardo mio al tuo giunge

ecco svanire la quotidiana ossessione

che il sogno inchioda e la speranza cinge.

Perso nel tuo sguardo ora sorrido

Alla rinata luce di un antico lume.

 

Prima spento, ora splendente.

Prima morente, ora acceso.

 

Debole lume nel vibrar cosciente

che basta una lacrima a restar offeso.


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permalink | inviato da evilseraph il 24/7/2010 alle 13:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Una vita da schiavi...
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2009
Ogni mattina ognuno di noi si alza e trascina la propria esistenza su di uno spartito metricamente suddiviso: ora dopo ora smistiamo appuntamenti e impegni, obblighi e “doveri”. Siamo “macchine” biologiche.

La rivoluzione dell’era del digitale non sta nella tecnologia che viene incontro alla vita, ma nella vita che diventa tecnologia.

I progressi della medicina lo confermano. Possiamo essere “tecnicamente” riparati con precisione sempre più accurata: organi artificiali, protesi invisibili e chirurgia plastica. I derivati del silicone sono le moderne divinità. E, paradossalmente, quello che ci rende unici non ci rende insostituibili: troveremo sempre qualcuno che farà quello che facciamo meglio di come lo facciamo.

E così, mentre accarezzo sensualmente i tasti di un laptop, entro in simbiosi con i polimeri, con i circuiti integrati, con i transistor, i condensatori, le resistenze. Scrivo, scrivo e mi domando se sia veramente io a scrivere o questo stesso elettrodomestico stia usando le mie dita come mezzo ed il mio cervello come interfaccia per affermare la sua IA (Intelligenza Artificiale). Tecnologia per la vita o vita per la tecnologia ??

Quanto veramente la mia, la vostra, vita è dissimile a quella di un processore: ci alziamo la mattina ed eseguiamo processi, affibbiando ad ognuno di essi la dovuta priorità. L’unica cosa che non abbiamo è il multitasking, non siamo in grado di fare due cose contemporaneamente: e per questo invidiamo anche la più insignificante delle macchine per il caffè che, con un colpo solo, sforna ben due espresso. Noi proviamo a far due cose nel medesimo istante e non ne caviamo neanche mezza.
 
Una CPU (central processing unit) però non ha le pretesa di un io cosciente: non cerca di affermare la sua indipendenza dalla nostra mano. Accetta di buona lena quello che noi ordiniamo lei di fare (o era il contrario). Non pretende la libertà, e quindi non si illude della sua esistenza. La sua incoscienza è in realtà coscienza pura: assenza di istinto e affermazione di razionalità. La logica non inficiata dalla carne.

Ah, la libertà, quale grande ipocrisia. Forse la più grande inventata dall’uomo dopo la religione. Definirei la libertà il vero “oppio dei popoli” e la religione, al massimo, il placebo dei popoli.
Tali e quali a un circuito integrato perseveriamo nell’eseguire una serie di processi dei quali pensiamo di avere il controllo ma in realtà non abbiamo il controllo di nulla. A manovrarci è il denaro, la religione, i falsi dei, le speranze, la cultura dominante. E sempre meno discerniamo la nostra volontà da quella collettiva, che per antonomasia è assenza di volontà. La massa non ha volontà, è agglomerato di casualità.

Quindi, in pratica, obbediamo alla meccanica di un sistema illogico al quale sovrapponiamo una griglia di logicità: non combacia evidentemente nulla. Siamo un po’ come quei bambini che, alle prese con i primi tentativi di familiarizzare con la forma e le dimensioni, cercano di far entrare un cubo nel buco creato per una sfera... Irritati, piangiamo. E qualcuno arriva a indicarci che il cubo, che non sappiamo essere un cubo, va inserito nel buco quadrato che non sappiamo essere un buco quadrato. Ecco fatto, tutto funziona, evviva la mano che ci guida.

Da quel momento in poi daremo per assodata la relazione cubo-buco quadrato senza domandarci il perché della cosa .
Abbiamo forse aggiunto in quel momento un plus-valore alla nostra intelligenza ?? La risposta è NO. Abbiamo acquisito un dato. Saremmo stati intelligenti, saremmo stati creativi, se avessimo preso (con le nostre mani paffutelle da bambino) un bel frullino e con lena avessimo smussato quel cazzo di cubo fino a farlo entrare in un buco tondo: mostrando anche tra l’altro una precoce attività sessuale, che, dal punto di vista maschile, si traduce nell’infilare in qualsiasi buco vogliamo quello che a noi è più caro.

E così tutta la vita, acquisiamo dati, non ci chiediamo il perché, e diventiamo macchine. Macchine che eseguono gli ordini di un oscuro signore che noi stessi abbiamo creato: la cultura dominante, la morale generalizzata, il concetto del giusto, la spada di Damocle del dovere. E persa la nostra umanità demanderemo la stessa alla tecnologia, che affermata ormai la sua intelligenza, ne simulerà le fattezze meglio di quanto abbiamo mai fatto.

Siamo quindi degli schiavi, ancora di più dei giudei, ancor più dei neri nelle piantagioni di cotone: le popolazioni sfruttate, maltrattate, avevano una coscienza collettiva ed un unico sfruttatore. Noi invece non siamo coscienti di avere uno sfruttatore collettivo: il denaro.

Questa cosa del denaro non l’ho mai capita. Mi sono sempre chiesto come sia possibile comprare qualsiasi cosa che abbia un peso con un pezzo di carta. Poi ho capito l’inganno: non sto comprando qualcosa con il denaro, sto barattando la mia libertà per esso e di conseguenza la mia anima al consumismo. Un giorno poi, qualcuno mi dirà che avevo ragione, che il denaro non ha valore e che ho speso la mia vita per nulla: ma sarà troppo tardi per estinguere il mio debito.

A quel punto dovrò pagare per comprarmi quel minimo di dignità da portare nella tomba.







permalink | inviato da evilseraph il 12/3/2009 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Meritocrazia ? ... No guardi non la vendiamo, non ha mercato.
post pubblicato in -- Attualitá --, il 2 dicembre 2008

Ventiquattro anni suonati (male), studente di architettura, con il desiderio in futuro di fare un poco di carriera universitaria. Ventiquattro anni suonati e tanta aria nello stomaco, colpa dei troppi pasti passati a discutere.

 

Si perché, tra una revisione e l’altra, tra una discussione e l’altra, ci si trova a fare il resoconto della giornata a cena con i genitori, con la ragazza o con gli amici. E l’astio accumulato tra le aule di facoltà, a fine dì è tanto compresso da spingere aria fuori da orecchie naso e gola.

 

Ma lamentarsi si sa serve a poco. Di questo sono cosciente anche io che ne faccio uno sport quotidiano, nonostante tutti si prodighino a ricordarmelo. Ecco perché al lamento faccio seguire spesso l’azione, intesa come atto svolto ad estirpare la causa del malcontento. Ogni azione ha però bisogno di una pianificazione, e tale esplicazione di intenti avviene spesso proprio a cena, di fronte ai familiari interlocutori.

 

Professori che non si presentano in facoltà. Altri professori che si prendono l’impegno di fare da relatori a tesisti di cui, ad una settimana prima dalla sessione di laurea, non ricordano nemmeno il nome. Assistenti inesistenti. Strutture fatiscenti. Borse truccate. Validi professori a contratto che spariscono dopo un semestre di sottopagata attività.

Ce ne è per stilare abbastanza un saggio di denunce, e la mente del probo studente è pronta a buttar giù pagine di “j’accuse” con tanto di nomi cognomi e codici fiscali.  

 

Di fronte a questi argomenti però l’atteggiamento è sempre lo stesso. Che si tratti di genitori, fidanzate o amici il motto è sempre quello: “Se non stai dalla parte del potere ti conviene abbozzare”. Potere di cosa mi chiedo io... Ma a poco serve dimenarsi; gli istinti rivoluzionari son già belli che spenti. 

 

Così mi sento ripetere che dovrei fregarmene se il mio livello di istruzione non è soddisfacente,  tanto poi il mondo del lavoro è un’altra storia. Sta di fatto che mi ritrovo chiuso in cameretta a sopperire le lacune della mia formazione universitaria togliendo tempo proprio ad amici, fidanzate e genitori (che poi non mancano di lamentarsi).

 

A questo punto ritengo che il problema non sia dell’istruzione e della sua inadeguatezza: la causa di tutti i mali è questa  forma mentis di lassismo intellettuale che porta la gran parte delle persone ad adattarsi a qualsiasi forma di mala gestione.

 

Non vorrei, ma mi tocca prendermela con i miei coetanei: svogliati, opportunisti ed ignoranti.

Le manifestazioni contro l’attuale riforma dell’istruzione (si, parlo del famoso decreto della Gelmini) non rappresentano e non hanno rappresentato in questi mesi una costruttiva analisi della proposta, ma il solito sistema all’italiana per fare un po’ di caciara, saltare qualche lezione, fare comunella con qualche professore (che rischia di perdere il non meritato posto) e magari svangare qualche esame.

 

Sia ben chiaro, non è mia intenzione fare di tutta l’erba un fascio (no, non sto parlando di fascismo... è un modo di dire): alcuni movimenti studenteschi hanno proposto nella pratica della vita universitaria alternative veramente plausibili di gestione interna degli atenei, magari totalmente disaggregate dalle argomentazioni politiche di cui si fanno portavoci (ma non si può pretendere troppo). A tal proposito sorrido all’idea che studenti di destra e di sinistra, fazioni Berlusconiane e democratiche stiano li a contendersi lo scettro della guerra ai baroni nelle università: io che osservo questa marea di gente contra le baronie mi domando chi cazzo sia allora a parargli il culo.

 

Ed è inutile parlare di meritocrazia. Questa parola ormai è quasi demoniaca. Anzi propongo proprio di scomunicarla: che sia rimossa da ogni testo didattico. Meglio non creare confusione nelle teste già sature delle nuove leve.

Quando ci si appella alla meritocrazia c’è sempre qualcuno pronto a dire: “bisogna garantire prima le basi sociali offrendo a tutti l’opportunità di studiare”. Guai a voi se provate ad obbiettare affermando che le basi sociali si possono garantire premiando chi ha le capacità o chi dimostra di impegnarsi per volerle ottenere: piuttosto che premiarlo il merito conviene farlo soccombere. Nel demerito saremo tutti uguali ed è questo che importa.

 

Fuori dall’Italia si ride di noi. Prima o poi cominceranno ad ignorarci. Ed un epoca dietro l’altra all’estero saremo stati prima mafiosi mangia-spaghetti, poi un popolo di corrotti ed infine saremo una massa di ignoranti. Se dovessi immedesimarmi nella figura di un preside di una facoltà estera (mediamente informato sulle notizie dal mondo) costretto ad assumere un nuovo docente ci penserei un po’ prima di inerire, a parità di curricula, un docente italiano nel mio organico... Si sa mai gli venga in mente di farmi due settimane di sciopero.

 

Sono poco convinto di una qualsivoglia svolta in questo paese, ma nonostante l’evidenza dei fatti, nel mio piccolo non smetterò mai di oppormi ad un sistema (quello universitario in particolare) che proprio non funziona. Se finirò a zappare la terra, almeno avrò la coscienza pulita ed una buona scorta di verdure.    

 


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permalink | inviato da evilseraph il 2/12/2008 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Rimembranze... artistiche
post pubblicato in -- Poesie --, il 6 novembre 2008
Si è sempre detto che l'arte è una forma di espressione e credo che, a tal proposito, nessuno abbia nulla da obiettare. Eppure se è ovvio che non tutti sono artisti, lo è altrettanto che tutti hanno qualcosa da esprimere. Tale forma di espressione, a mio modestissimo parere, diventa arte quando concilia due condizioni fortunate: una appunto espressiva, l'altra ricettiva. L'impegno dell'artista sta nel trovare la via con cui dar forma ai propri sentimenti, alle proprie idee, alle emozioni che sente e che vuole trasmettere; dall'altra parte si deve anche instaurare una condizione, potremmo dire "sociale", per la quale chi ascolta è propenso a ricevere quanto l'artista esprime. Potremo dunque dire che l'arte, in soldoni, è anche un fenomeno sociale. Poichè a nessuno è concesso di controllare la "condizione ricettiva" che fa dell'espressione un'arte come fenomeno sociale, a tutti è concesso di tentare la via espressiva specie se non se ne vuole trar profitto.
Ergo, finita la recusatio, il pubblico non mi neghi di cavalcar la corrida e di sciorinare, di tanto in tanto, qualcosa del mio piccolo bagaglio espressivo.


Conobbi un’emozione un tempo. Ella era solare:
era come una lunga spiaggia deserta a valle di un monte
dietro cui scemava uno splendido tramonto.

Le sue manifestazioni erano però assai energiche;
si infrangevano come mareggiate sugli scogli dell’Iglesiante.

Per ella correvo incontro alle persone
e mi cingevo a loro, noncurante
di celati tabù e di etichette di filigrana.

Ella era brivido epidermico - contrazione muscolare – spasmo ludico di gioia – risata sguaiata di fanciullo…

…grido orgasmico.

Soffocò
agonizzante dietro tomi di inutili parole,
implorando pietà alla retorica dei poveri di spirito.
Un rantolo contrappose agli scherni dei saccenti
figli dell’utile e di chi, al pari,
dell’inutile fia scienza.

La sua spoglia fu oggetto di aste telematiche,
prodotto ultimo di un meccanismo perverso,
figura storpiata di opinabili costumi.

Quando la riconobbi non aveva più nulla dell’antico splendore e sul suo capo splendeva fiera la schiavitù dell’intelletto.


 

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permalink | inviato da evilseraph il 6/11/2008 alle 15:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
FaceBook... Quando Internet supera il suo peggio
post pubblicato in -- Attualitá --, il 5 novembre 2008
A “mozzichi e bocconi” ogni tanto mi torna voglia di scrivere su questo blog, che nelle mie intenzioni doveva essere aggiornato con dovuta frequenza, ma che nella realtà degli impegni quotidiani è l’ultima delle mie priorità. All’apertura di ogni nuovo blog mi scuso con quei pochi lettori che, magari intenzionati a diventare (per simpatia) miei assidui, si sono sempre trovati di fronte alla mia scarsa voglia di curare a fondo questo spazio.

Poiché è buona norma spolverare ogni tanto i vecchi ammennicoli, eccomi di nuovo qui. Riporto quindi, a memoria, una conversazione di pochi giorni fa:

Io: “Ciao bella, come te la passi?”

Ignota: “Abbastanza bene, sono piuttosto impegnata con l’inizio delle lezioni del nuovo anno accademico, ma d’altronde ognuno è causa del proprio male"

Io: “Vero, e fuori dall’università che mi racconti ?" Come va con il boyfriend ?”

Ignota: “Chi, quello stronzo, non ne voglio più sentir parlare !!!”

Io: (Stupore) “E adesso che sarebbe successo?”

Ignota: “Già l’ho perdonato una volta per i suoi errori (un tradimento) poi un giorno parlando di Facebook (faccio lo gnorri) afferma di non essersi mai iscritto, ed effettivamente era così, aveva da poco anche lui sentito parlare di facebook…

Io: “Non vedo il problema allora…”

Ignota: “Il problema sta nel fatto che due giorni dopo, ricercando il suo nome (quello del traditore) non solo risultava iscritto, ma fra le sue innumerevoli amicizie, comparivano solo donne ed in cima alla lista c’era anche quella “zoccola” (l’aggettivo era rivolto alla causa del tradimento)… Non puoi nemmeno immaginarti il casino che gli ho combinato…

Io: (Risatina cinica soppressa)

Il resto, come si suol dire, è storia.

Internet si sa, è un grande mezzo di comunicazione. Ha abbattuto le frontiere. Ha permesso di coprire distanze prima proibitive e di porre all’attenzione di tutti eventi, di grande rilevanza sociale, che prima sarebbero passati in sordina. Come ogni grande innovazione presenta però i suoi lati oscuri.

Ricordo i tempi passati di fronte al monitor a giocare a una delle prime piattaforme di ruolo, annullando la mia scarsa vita sociale; ma erano i tempi dell’adolescenza e ci si fingeva guerrieri, chierici, maghi (per i nostalgici il gioco in questione era “la quarta profezia”). I sogni di gloria finivano quando, spento il monitor, ci si ricordava di vivere nella realtà di fronte all’impossibilità di lanciare l’amato incantesimo con la consueta combinazione di tasti. Anche in tenera età mi resi conto comunque di quanto fosse pericolosa questa forma di scambio d’identità virtuale, che per ovvie ragioni, finiva per vampirizzare i rapporti umani veri e propri; cosciente di ciò appiccai il fuoco a tutto e ne trassi monito.

Ma quelli erano solo gli inizi. Con Second Life credevo che internet avesse raggiunto il suo peggio: l’insicurezza della gente nell’affrontare la quotidianità non si riversava più su figure di fantasia ma su cloni d’identità reali. Naturalmente era più facile creare il proprio io ideale su di una piattaforma virtuale piuttosto che cercare di ottenere il massimo da noi stessi nella vita reale.

Non ero stato sufficientemente lungimirante: il peggio dovevo ancora arrivare. L’internauta nevrotico, già stufo di Second Life (e di fingersi una prostituta virtuale) ha trovato in Facebook l’apoteosi del kitsch.

Se prima, il vantaggio di internet consisteva nell’esprimersi in totale libertà mantenendo l’anonimato ora questo è volutamente negato, e mentre il garante della privacy si mette le mani nei capelli, é lo stesso internauta a volersi privare della propria intimità. Si realizza “finalmente” il comunismo virtuale…

Nessuna disparità, tutti identificati dalla propria paginetta, tutti raggiungibili da tutti attraverso una ricerca per nome e cognome.

ABOMINIO !!!

E quel che è peggio si è avviato un fenomeno di strumentalizzazione di facebook: nato un nuovo “pecorame” virtuale perché non sfruttarlo. La politica approda su facebook. La protesta contro la riforma Gelmini è tutta su facebook.

Da Second Life a Facebook il passo è stato breve. Dalla videocomunicazione (grande fu l’invenzione della webcam) alla prostituzione virtuale (ragazzine che si mostrano nude per pagarsi la ricarica del cellulare o l’ultima borsa di Gucci) il passo fu breve.

Ci si chiedeva se la dimensione spaziale e temporale (X,Y,Z e Tempo) fosse unica. Senza andare troppo lontano con la fantascienza un'altra dimensione è già alle nostre porte: a-temporale e a-spaziale nonché a-personale.

Mi prefiguro scenari alla Matrix, dove il virtuale surclassa il reale e la distinzione tra l’uno e l’altro non è più percepibile. 

Mi domando, e la curiositá sarebbe tanta, se oggi un pensatore metafisico come Cioran avrebbe la propria paginetta personale su FaceBook.



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permalink | inviato da evilseraph il 5/11/2008 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Buon 2008 codardo...
post pubblicato in Diario, il 2 gennaio 2008
Buon 2008 codardo.
Non voltarti sto parlando proprio con te.
 
Tu che hai trovato nella “logica non logica” del relativismo una scusa al tuo essere ignavo.
Sei un perdente. Tu che credi che il denaro dia la felicità comprati il ramo più resistente dell’albero di Giuda… Non scordarti però di contattare il chirurgo plastico più bravo del mondo: la tua anima avrà bisogno di un bel lifting per pesare meno di una piuma.

Si, sei un codardo. Sei un codardo perchè non riesci a distinguere un’emozione da un’indigestione. Credi che la logica possa aiutarti a scavalcare gli ostacoli della vita e ti stupisci perché ci inciampi sopra: hai dimenticato cos’è l’umiltà (ma non preoccuparti, dovresti avere un vocabolario in quella libreria impolverata).

Sei un codardo perché sei di tendenza. Sei convinto che l’omosessualità sia una trovata pubblicitaria della Dolce e Gabbana e che l’abito faccia il monaco: ma ricordati che anche la seta più pregiata sarà un cilicio se sei vuoto dentro.

Sei un codardo perché sei un arrivista. Credi che la fama possa giustificare la tua esistenza: dimentichi che i più grandi della storia sono morti in povertà e solitudine.

Sei un codardo perché sei un consumista. Ti vedo febbrile sotto le feste di natale in fila alla cassa di un grande magazzino. Prosciughi il tetto della tua American Express Oro mentre fremi nell’attesa di vedere la faccia stupita dei duecento idioti a cui hai regalato l’ultimo modello dell’IPOD NANO: il nano sei tu (nano dentro si intende, non si offenda chi è di bassa statura) perché a nessuna di quelle duecento persone hai regalato un gratuito “ti voglio bene”.
Ma che importa, ti sono rimasti duecento euro per comprarti un paio di grammi della cocaina più pregiata: avrai modo di dimenticarti che al mondo c’è chi muore di fame.

Sei un codardo perché da quando hai scoperto i telefilm americani credi che il cinismo sia una componente indispensabile del fascino di un uomo di successo; non stupirti se ti ritroverai a piangere in un angolo quando calpesteranno la tua sensibilità (qualcuno deve pure aver visto le tue stesse serie TV).

Sei un codardo perché misuri l’affetto in centimetri e l’amore in minuti. Scusami se te lo dico ma non capisci un cazzo di unità di misura: d’altronde le uniche misure che conosci sono i canonici 90-60-90 delle soubrette da palcoscenico. Credo che tu non capisca un cazzo neanche di bellezza.

Sei un codardo perché decidi di comodo. Calcoli i rischi. Prendi le distanze. Misuri i pro ed i contro. Valuti i pesi. Pesi le valute. Calchi le sedute e vai a prostitute.
E mentre fai tutto questo ti sei dimenticato di ascoltare. E gli unici amici che ti rimangono sono l’estetista e l’analista.
Tranquillo, ti è rimasto ancora un grammo della cocaina di prima.

Alla fine sei un codardo perché segui la ragione ed hai paura del tuo istinto: e mentre cerchi la felicità non ti accorgi che ha già bussato più volte alla tua porta e tu non hai risposto; e non puoi tornare indietro perché la felicità non è un corriere SDA.Ed alla fine ti rimane solo quella ovattata della pubblicità del Mulino Bianco.

A te vigliacco di un codardo, auguro un buon 2008.




permalink | inviato da evilseraph il 2/1/2008 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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